Lezioni che ho imparato giocando a scacchi

Giocare a scacchi è stata una mia passione sin da quando ero bambino. Gli scacchi hanno un grande bilanciamento di strategia e tattica e credo che possano sviluppare delle capacità utili anche al di fuori del gioco.

Dosare le forze

All'inizio per me giocare a scacchi era un modo per gareggiare con gli amici, un'alternativa intellettuale al calcio o al biliardino. Quando ho iniziato a giocare su Internet diversi anni fa, mi sono portato dietro questo atteggiamento competitivo, con una leggera differenza.

Il gioco online di solito avviene contro avversari casuali e sempre diversi. La sfida non è più battere l'avversario, quanto migliorare sempre la propria posizione in classifica. La classifica è calcolata sulla base di un punteggio assegnato ad ogni giocatore, chiamato ELO, che aumenta e diminuisce vincendo o perdendo partite.

Mi sono reso conto subito di una dinamica interessante. In una tipica sessione di gioco, iniziavo vincendo un paio di partite. Poi arrivava un giocatore un più forte (vincendo si gioca contro avversari più forti). Perdevo la partita e chiedevo immediatamente una rivincita, perdendo anche quella. Per recuperare l'ELO perduto, sfidavo subito altri giocatori, continuando a perdere. Alla fine prevaleva la frustrazione e smettevo di giocare, anche per mesi.

A vent'anni non lo potevo ancora capire, ma l'attività intellettuale drena una quantità enorme di energia mentale e fisica. Giocando troppe partite consecutive, consumavo troppe energie e il mio gioco peggiorava in maniera esponenziale. Per me questa è la controprova degli studi sulla diminuzione della produttività quando si aumentano le ore lavorative 1, 2.

Ritmo e continuità

Circa un anno fa mi sono iscritto al sito chess.com. Una delle modalità di gioco è per corrispondenza, ovvero una modalità in cui si hanno a disposizione interi giorni per fare una mossa, imponendo un ritmo più lento: una partita può durare mesi, contro i 30 minuti di una tipica partita in diretta. Ho iniziato a giocare questo tipo di partite e mi sono accorto che i miei risultati sono migliorati e mi diverto anche di più.

Trovando un ritmo di gioco più adeguato alle mie possibilità e esigenze, posso studiare le mosse quando ho la tranquillità e la freschezza necessarie. Inoltre, rallentando la frequenza di gioco e prolungando la durata delle partite, trovare il tempo per giocare è diventata un'abitudine quotidiana a cui non rinuncio da quasi due anni.

È grazie a questa pratica continua che sono riuscito a migliorare gradualmente il mio ELO.

Grafico dell'ELO

Un passo alla volta

Negli scacchi si vince acquisendo un piccolo vantaggio alla volta. Prima si ottiene una posizione migliore dell'avversario. Sfruttando la posizione migliore gli si mangia un pedone, che è il pezzo che vale meno. Avendo un pedone di vantaggio si attacca finché non si guadagnano pezzi di maggior valore. Infine c'è lo scacco matto.

La difficoltà maggiore è capire quando è il momento di puntare a quale obiettivo. Se non si è abbastanza audaci, l'avversario prenderà il sopravvento. Se si porta un attacco quando non si è ancora pronti, si cade in quello che viene chiamato hope chess, scacchi mossi dalla speranza che tutto vada secondo i nostri piani. Il concentrarsi su un risultato positivo, ignorando tutte le alternative negative, è un bias conosciuto come wishful thinking.

Aspettarsi di tutto

Seguendo questo approccio alla partita, c'è un solo modo per perdere: commettere errori. Diceva Tartakover: «Vince la partita chi fa il penultimo errore».

Un errore, per un giocatore del mio livello, è quando si muove avendo trascurato completamente una possibile risposta dell'avversario. È una forma molto concreta di scacchi della speranza.

Nel mio lavoro, un errore simile si verifica quando si costruisce un'interfaccia non chiedendosi come verrà usata dagli utenti (e magari stupendosi quando l'utente la usa in un modo non convenzionale).

La soluzione in entrambi i casi è elencare tutte le possibili reazioni, anche quelle che sembrano irrazionali, senza chiedersi che motivazioni abbia l'avversario (o l'utente). Non serve a nulla cercare le mosse che secondo noi sono logiche, perché ricadremmo nello schema mentale precostituito in cui noi stiamo vincendo, schema non necessariamente condiviso dall'avversario.

Valutare le alternative

Se per non perdere bisogna evitare errori, per vincere serve qualcosa in più. Così come è tipico non vedere delle buone contromosse dell'avversario, è altrettanto frequente non vedere una propria mossa migliore di quella che si sta considerando.

Trovo che sia utile, prima di lanciarsi in una profonda analisi di una mossa, valutare prima sommariamente le alternative. Quando si pensa troppo a fondo su una sola mossa, l'investimento di energia mentale sembra troppo grande per ignorarlo. Così come succede fuori dal gioco, ci sentiamo troppo a nostro agio nelle nostre idee per aver voglia di cambiarle. D'altra parte si dice «think long, think wrong», quindi è meglio non fidarsi troppo delle proprie opinioni e rimanere aperti a nuove possibilità.

Da questo punto di vista, avere diversi giorni per valutare una mossa consente di tornarci successivamente e vederla con occhi nuovi.

L'iniziativa

Negli scacchi, e forse anche al di fuori, c'è un concetto fondamentale che aiuta a limitare le possibilità dell'avversario e quindi a non rimanere sorpresi da qualche mossa non prevista. Si chiama iniziativa.

L'iniziativa ce l'ha chi fa la prima mossa e deve mantenerla costringendo l'avversario in difesa e impedendogli di perseguire i suoi piani. «La miglior difesa è l'attacco» è un detto che vale anche per gli scacchi e significa appunto che è più semplice guidare le danze che non prepararsi a qualsiasi attacco l'avversario abbia in serbo.

Se parlassimo di politica useremmo la locuzione "dettare l'agenda".

Non solo scacchi

La lezione più importante però, quella che per me ha segnato il passaggio dall'impulsività del principiante alla maturità del mediocre giocatore di scacchi, me l'ha data il Go.

Scacchiera di Go A game of Go (source)

Il Go è un antico gioco cinese, diffuso in tutto il lontano oriente. Pur avendo regole più semplici degli scacchi, la quantità di mosse possibili è estremamente più grande. Questo rende l'approccio l'analitico dei computer, in cui si elaborano tutte le possibili mosse, molto meno efficace. Se un qualunque computer può oggi battere il campione del mondo di scacchi, non ce ne è uno che può tenere testa a un giocatore intermedio di Go1.

L'obiettivo nel Go è posizionare le proprie pedine sulla scacchiera in modo da delimitare un territorio. Vince chi ha delimitato il territorio più grande. La partita è un misto di contrattazione nel rivendicare i rispettivi territori e di incursioni nel territorio avversario.

Quello che mi ha insegnato il Go è che anche se si perde, lo si può fare con eleganza. Alla fine anche nella sconfitta si può imparare ad apprezzare la partita. Anche se gli scacchi sono un gioco spietato che finisce sempre con la testa del Re sulla scacchiera, cerco sempre di godermi una bella partita, chiunque vinca.

  1. EDIT: A quanto pare questo non è più vero, AlphaGo: Mastering the ancient game of Go with Machine Learning. Curiosamente Go è anche il nome di un linguaggio di programmazione ideato da Google.


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